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Recensione di Fabio Trevisan

13 Dic

Recensione apparsa sulla website del Osservatorio Internazionale Card. Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa.

Recensione di Fabio Trevisan

La collana Quaderni dell’Osservatorio (dell’Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa) si impreziosisce con queste stimolanti considerazioni di Giorgio Mion e Cristian Loza Adaui nel solco dellaCaritas in veritate di Benedetto XVI contenute nel libro Verso il meta profit(edizioni Cantagalli). Come infatti ha ricordato nella prefazione S.E. Mons. Crepaldi, Arcivescovo di Trieste nonché Presidente dell’Osservatorio stesso, la parola “meta profit”significa sia “oltre” che “attraverso”superando così la distinzione tra imprese rivolte al profitto (profit) ed altre non finalizzate al profitto (no profit) senza tuttavia identificarsi in quel cosiddetto “terzo settore” cui sembrerebbe alludere la dimensione “metaprofit”. Cosa si intende quindi per meta profit ? Quali prospettive, alla luce della Caritas in veritate, si aprono, soprattutto partendo dalla proposta della priorità del dono?

A questi impellenti e suggestivi interrogativi rispondono gli Autori, aprendo ad un auspicabile dibattito pubblico i temi contenuti nell’agile volume proposto alla riflessione di tutti (specialisti e non). Pur considerando l’ineludibile collegamento impresa-profitto, ha argomentato Giorgio Mion, professore di Economia aziendale, esso non deve rimanere l’unico orientamento della vita dell’impresa, la quale si propone di essere efficiente ed efficace strumento per la persona umana. In considerazione della strumentalità del profitto per raggiungere obiettivi più elevati, ecco che il prefisso “meta” va appunto oltre, non potendo concepirsi come fine ultimo dell’agire, rimandando così ad un’altra categoria logica, la gratuità. Analizzando i presupposti all’origine dell’attività imprenditoriale, constata Mion, si trova un riflesso di un anelito della persona umana alla pienezza di vita. Ponendo quindi al centro il primato della persona umana (nell’unità sostanziale anima-corpo), la dottrina sociale della Chiesa risponde ai veri bisogni dell’uomo; bisogni che sono la causa fondamentale di tutta l’economia umana. Altra condizione imprescindibile del “fare impresa”, rileva Mion, sta nella durevole creazione di valore che un istituto sociale (inteso quale organizzazione di persone stabile) condivide e si impegna di perseguire. Contro la frammentarietà e la provvisorietà della moderna società secolarizzata, intrisa di relativismo e di individualismo, la prospettiva della creazione di valore che si sostanzia nell’impresa permette, citando testualmente Giorgio Mion, di comprenderne anche la dimensione sociale e relazionale, il che non è assolutamente cosa di poco conto. D’altro canto, come ha ben sottolineato Mion, qualora l’impresa distruggesse valore, essa diverrebbe anti-sociale. Non bastano finalità (pur nobili) meta economiche se la gestione non è economica  in quantol’impresa esercita la sua funzione sociale nell’essere propriamente economica, mettendosi a servizio del proteiforme sistema di obiettivi umani. Ecco che allora la questione dell’utilità sociale del’impresa, legata al disegno di Dio sull’uomo, risponde ad una profonda istanza antropologica che, pur partendo da un’attività economica da indirizzarsi secondo le leggi e metodi propri dell’economia, li trascende e li realizza in un’altra dimensione (secondo la dottrina sociale naturale e cristiana). Tutt’altro che da demonizzare, il profitto rappresenta così, secondo le parole di Mion, un utile ed efficace indicatore- seppur non unico – dell’economicità dell’impresa. Il termine “profitto”, scandagliato etimologicamente, rimanda a quel pro facere indispensabile alla saggezza del vivere ed operare quotidiano; costituisce ciò che bisogna mettere da parte “per fare”. In questa prospettiva, asserisce Mion, è opportuno ribadire che i valori meta economici entrano nell’ambito del sistema d’impresa in quanto “valori-obiettivo”,, ponendo quindi una gerarchia funzionale nei valori stessi.

L’importanza della considerazione dell’impresa nella Dottrina Sociale della Chiesa è stata, nella seconda parte del libro, sviluppata da Cristian Loza Adaui, ricercatore negli ambiti del management e dell’etica imprenditoriale, il quale ha opportunamente distinto (mai separandole) alcune considerazioni enunciate nelle Encicliche da Pio XI a Giovanni XXIII, da Pio XII a Giovanni Paolo II.

Interessante lo sviluppo, approfondito da Loza Adaui, che, a partire dal “contratto di società”, fecero nella Germania diretta dal governo britannico (The British Occupation Zone) dopo la seconda guerra mondiale: un nuovo sistema di decisione condivisa e partecipativa (Mitbemistung) tra capitale e lavoro, quale applicazione dell’idea di Pio XI (Quadragesimo Anno) di temperare il pur non ingiusto contratto di lavoro, per la tutela del soggetto lavoratore e della proprietà privata.

Nell’Enciclica Populorum Progressio di Paolo VI, ha sottolineato Cristian Loza Adaui, si è sviluppato il tema della funzione sociale della proprietà privata fino ad approdare, con Giovanni Paolo II (Laborem Exercens)al bisogno di edificare una “cultura del lavoro” capace di integrare le sue dimensioni: personali, economiche e sociali. Ritornando alla recente Enciclica Caritas in veritate, Loza Adaui ha rimarcato il riconoscimento della gratuità nelle relazioni economiche quale elemento innovativo rispetto al magistero precedente. Non solamente rapporti di diritti e doveri regolano l’attività degli uomini, bensì relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.

Come si sostiene nell’Enciclica di Benedetto XVI e come ha ben sottolineato Loza Adaui, l’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza. Rivolta alla Populorum progressio,l’Enciclica di Benedetto XVI ha posto la gratuità quale condizione per lo sviluppo integrale; gratuità che, come ha rilevato Loza Adaui, è un concetto scarsamente trattato nella letteratura economica. Gratuità che non può essere equivocata col termine “filantropia”e neppure con il concetto di distribuzione che sta alla fine del processo produttivo, ma che piuttosto entra fin dall’inizio dell’attività economica, qualificandola ed orientandola.

In conclusione, ha sintetizzato Giorgio Mion, la categoria “gratuità”non può essere trascurata … rendendo l’impresa protagonista di un autentico processo di sviluppo.

Sviluppo che non va, sempre secondo Mion, né demonizzato né acriticamente esaltato.

Ecco che allora la stessa idea “meta profit” allarga l’orizzonte e si colora di connotazioni etiche, relazionali, sociali e umane di assoluto rilievo nel riconoscimento della propria responsabilità che rappresenta un fondamento dell’agire eticamente orientato.

Verso il meta profit, il cui sottotitolo (Gratuità e profitto nella gestione d’impresa) rimanda esplicitamente, come è stato detto, alla Caritas in veritate, è un libro che sollecita a “procedere oltre”, ad allargare la ragione, sempre però nella piena consapevolezza della relazione costituiva originaria che lega la persona a Dio, alle altre persone, all’ambiente, per una migliore comprensione di se stessi.

Recensione di Omar Ebrahime

30 Ago

Riportiamo una recensione del nostro libro apparsa sul Corriere del Sud il  giovedì 30 Agosto 2012:

Verso il Metaprofit

Recensione di Omar Ebrahime

La recente crisi economica e finanziaria internazionale ha messo in seria discussione prassi e comportamenti che, pur riprovevoli, venivano negli ultimi tempi ormai accettati dai più alla stregua di luoghi comuni intangibili, necessari allo sviluppo. Tra questi, in particolare il fatto che l’agire dell’impresa e dell’attività economico-imprenditoriale in genere si esauriscano nella pura e semplice massimizzazione dei profitti a breve termine. Come invece suggerisce l’ultima enciclica sociale di Papa Benedetto XVI (Caritas in Veritate, 2009), i comportamenti viziosi e, per parlare chiaro, perfino i peccati pubblici di singoli o collettivi non sono mai a costo zero per lo sviluppo umano, neanche in un ‘mercato libero’ come viene definito quello attuale. L’idea, feconda di conseguenze pratiche rilevanti, è ripresa e organicamente sviluppata in questo saggio scritto a quattro mani da Giorgio Mion (docente di Economia aziendale presso l’Università degli Studi di Verona) e Cristian Loza Adaui (dottorando di ricerca presso l’Università Cattolica di Eichstätt-Ingolstadt in Germania) pubblicato nella collana “Quaderni dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa” di Verona: Verso il metaprofit. Gratuità e profitto nella gestione d’impresa (Cantagalli, Siena 2011, pp. 178, Euro 12,00).

Composto da tre capitoli e una breve conclusione, il volume è introdotto dall’arcivescovo di Trieste nonché presidente dell’Osservatorio, monsignor Giampaolo Crepaldi che, riflettendo sulla Caritas in Veritate vede il messaggio fondamentale dell’enciclica pontificia “nella proposta della priorità del dono [….] dono [che] appartiene per statuto all’attività economica e non solo per concessione” (pag. 9). E’ in quest’ambito che si sviluppa il concetto di ‘metaprofit’: “il prefisso ‘meta’, infatti significa sia ‘oltre’ che ‘attraverso’. Indica che il profitto deve tendere a qualcosa che sta oltre se stesso verso cui ha una funzione strumentale” (ibidem). La vocazione dell’impresa insomma, pur realizzandosi per mezzo del profitto, tende necessariamente ad andare oltre, nell’ottica di essere anzitutto un progetto a servizio dell’uomo, delle sue domande e dei suoi bisogni. Crepaldi spiega quindi che si tratta di un’applicazione della Dottrina sociale della Chiesa secondo cui il perseguimento del trascendente permette di ottenere anche dei risultati immanenti: una convinzione forte nell’insegnamento degli ultimi Pontefici (soprattutto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), eppure non ancora accompagnata da un’adeguata riflessione a livello pubblico. A seguire, il primo capitolo (“Un ‘ritorno’ al concetto d’impresa”, pagg. 11-49), chiarisce i fondamentali – proprio secondo una visione antropologica che pone al centro il valore della dignità della persona – che vanno sempre tenuti presente quando si tratta di studiare impresa, valori e profitto: Mion spiega al proposito che “l’obiettivo è quello di cogliere come anche la [categoria logica della] gratuità non sia estranea alla gestione dell’impresa né, tantomeno, alla fisiologia di quest’ultima o, meglio, alla sua struttura costitutiva” (pag. 12). Emerge qui chiaramente la presenza di quelle variabili metamateriali ma comunque centrali dell’attività umana, e quindi della persona, rispetto a cui l’aspetto meramente economico è ‘solo’ una dimensione – peraltro strumentale – dell’agire, a cui sono connesse molteplici altre. Per Mion occorre insomma ripensare l’ambito delle scelte economiche senza marginalizzare (la stessa crisi internazionale l’ha reso ormai evidente) le ‘opzioni di valore’, cioè le opzioni morali, “i cui effetti ed i cui moventi vanno ricercati oltre l’economico” (pag. 46). D’altra parte, è anzitutto all’interno di una visione complessa in cui valori economici e metaeconomici coesistono paritariamente che si può comprendere “la più profonda essenza aziendale, nella quale la socialità non rappresenta un ‘altro’ rispetto all’economicità, bensì ne costituisce qualificazione e completamento” (pag. 48). Il secondo capitolo (“Gratuità e gestione d’impresa”, pagg. 51-94), a firma di Loza Adaui, approfondisce invece le considerazioni dell’enciclica sociale di Benedetto XVI nell’ottica del magistero pontificio precedente, da Leone XIII a Giovanni Paolo II. Lo studioso si sofferma in particolare sul principio di gratuità e la logica del dono nell’analisi delle relazioni tra agenti economici spiegando come questi due punti “profondamente interconnessi tra loro, definiscono il cammino che può condurre ad un vero umanesimo integrale nella gestione imprenditoriale” (pag. 66). Beninteso, non si tratta qui di diminuire il legittimo ruolo del profitto nello sviluppo dell’attività imprenditoriale ma di dare invece più spazio “alla gratuità nella vita economica[argomentando consapevolmente] che questa è un’esigenza anche economica” (pag. 73). A margine si vede bene come la marginalizzazione della gratuità sia stata anche tra le cause della crescita della povertà in alcune aree del pianeta e come solo una sua adeguata ri-valorizzazione possa fornire soluzioni finalmente più condivise ai problemi attuali. Il terzo capitolo (“Le condizioni di sviluppo del ‘metaprofit’” (pagg. 95-157), ancora a firma di Mion, rivendica quindi l’insufficienza interpretativa della tradizionale classificazione tra imprese ‘profit’ e ‘non-profit’, da cui sorge “la necessità di guardare al cosiddetto metaprofit ed alle sue condizioni di sviluppo come fenomeno rilevante e significativo” (pag. 97) e suggerisce l’integrazione di nuovi elementi strategici quali (oltre alla gratuità e all’attenzione sul valore etico del metaprofit), la promozione del capitale umano (con un nuovo accento sulla dimensione della partecipazione soggettiva al lavoro), la rivalutazione di una visione d’insieme dell’impresa (che non sia il semplice frutto d’interessi individuali), infine “la promozione di politiche aziendali di comunicazione esterba improntate alla trasparenza ed alla partecipazione” (pag. 154).

Le pagine conclusive (“Tracce per una conclusione”, pagg. 159-162) mettendo in guardia dalle attuali visioni dell’uomo riduttive – ancorchè dominanti nel dibattito sulle teorie economiche – riportano l’attenzione sull’orizzonte della gratuità come natura propria e ineludibile dell’agire umano: “la gratuità è l’immagine – economica, si potrebbe dire – della carità e come tale è connaturata alla persona umana, in quanto recettore del dono e responsabile del dono; essa non è, dunque, un atteggiamento morale che l’uomo può assumere se accetta un particolare approccio valoriale, ma è dimensione propria della sua qualità antropologica creaturale” (pag. 161).