E se il paradigma della gratuità fosse antico quanto l’impresa?*

21 Nov

È possibile ipotizzare un agire aziendale ove siano presenti tracce di gratuità? Ovverosia, esiste un agire aziendale che non sia fondato esclusivamente sulla equivalenza dei rapporti di scambio, ma anche sulla reciprocità?

Questi interrogativi nascono oggi dalla constatazione che alcuni modelli teorici – indipendentemente dalla loro “fiducia” sulla bontà dell’impresa come soluzione delle aspettative umane – considerano esogeno ad ogni strategia e politica qualsiasi elemento irrazionale o irrazionalizzabile, ovverosia ogni elemento che non possa essere, prima o poi, catturato mediante categorie logiche strettamente economiche. In altri termini, tutto ciò che non può essere monetariamente apprezzato – o, forse, meglio “prezzato” – non rientra nel sistema di scelte aziendali.

Includere, ora, la gratuità in tale sistema di scelte rappresenta una sfida del terzo millennio, una nuova rivoluzione industriale, magari una visionaria teorizzazione meramente deduttiva che mina i paradigmi interpretativi della gestione aziendale o costituisce, più propriamente, un ritorno alla natura intrinseca dell’agire aziendale?

Si consideri, per un attimo, che sia una sovrastrutturazione teorica quella di rendere neutra l’impresa rispetto a valori non economici – magari dovuta ad un’ipotesi di studio necessaria per mettere a punto metodiche di analisi scientifiche – e non già un’evidenza fattuale del mondo aziendale. Ciò porterebbe ad annunciare che il paradigma della gratuità non è nuovo, bensì strutturale all’idea di impresa: diversi sono gli argomenti che paiono indirizzare verso questa conclusione.

Si consideri, in primis, la radice comunitaria dell’impresa, per la quale, alla base dell’agire sul mercato mediante la regolazione del valore di scambio, vi è un primigenio bisogno umano diffuso che si estrinseca in una società di persone, le quali accomunano una parte del proprio vivere per raggiungere fini condivisi. La contrattualizzazione del rapporto tra gli attori aziendali, dunque, non è che la regolazione civile di tale comunanza e la sua protezione da eventuali abusi di potere, comunque possibili ove l’agente è l’uomo, con le sue potenzialità ed i suoi limiti.

Tale prima notazione richiama, poi, la co-responsabilità dei soggetti aziendali: la distinzione di ruoli e funzioni nell’ambito dell’esercizio di impresa – anche in seguito al tipo di “apporto” che ad essa viene conferito – non fa venir meno la loro compartecipazione ad un progetto aziendale ed al rischio che esso non sia foriero dei frutti sperati. Tale co-responsabilità è basata sulla reciprocità dei comportamenti, ovverosia su un rapporto di scambio non pienamente predeterminato, che si traduce in azioni non totalmente “catturabili” mediante la misurazione economica e, in particolare, mediante prezzi-costo del lavoro, direttivo od esecutivo che sia.

Inoltre, va riconsiderata la base reciproca dello scambio di mercato, per la quale il valore di scambio – prezzo – pattuito non è mai effetto di un mero razionale calcolo, ma è il risultato di una “conciliazione” di valori, tra i quali trova posto pure la gratuità, seppur talvolta non estrinsecata. Tale base “irrazionale” dello scambio è palese quando provoca effetti deleteri: si pensi al caso in cui una delle parti contraenti operi nella deliberata ricerca della non equivalenza, con fini speculativi, ma sussiste anche – pur apparendo con meno urgenza – ove essa non sia finalizzata a scopi utilitaristici, ma assuma una diversa dimensione, altruistica o, quantomeno, reciproca.

Infine, pare necessario sottolineare il proliferare di manifestazioni aziendali deliberatamente reciprocitarie: quelle che, generalmente, vengono indicate come “aziende non profit” – per le quali vige comunque il vincolo di economicità – vedono strutturalmente il loro agire curvato da valori non economici, ora filantropici ora mutualistici ora socioculturali. Tali espressioni sono quantomeno coeve dell’impresa e sicuramente precedenti a qualsiasi espressione economica statale nel campo del welfare.

I brevi accenni suddetti vogliono palesare come la questione non sia quella di ipotizzare una “nuova impresa”, bensì quella di ritornare all’ontologia aziendale, ove la base “contrattualistica” dell’agire è sempre preceduta dalle fondamenta antropologiche delle scelte: ciò significa, in altri termini, includere la possibilità che tra i paradigmi di interpretazione dell’impresa vi sia anche quello della gratuità. Non c’è impresa se non c’è bisogno umano, se non c’è desiderio di socialità che genera esso stesso il bisogno di mettere in comune risorse e far loro assumere “valore nuovo” in quanto socializzate. L’aumento di tale valore non è mai a beneficio di una sola parte, nel momento in cui essa rinuncia alla propria individualità economica per entrare in una collettività economica: già questa rinuncia, pur andando anche a beneficio dell’individuo stesso, è gratuita. Infatti, nel momento in cui l’individuo entra in una società economica non può conoscere il beneficio che esso darà alla collettività di cui è parte, anche se non può non essere consapevole della sua esistenza: egli, dunque, non può misurare quanto offre e quanto avrà in cambio, ma irrazionalmente avverte la reciproca necessità di comunione, seppure in ambito prettamente economico.

*Testo originalmente pubblicato in: Giorgio Mion (2008) E se il paradigma della gratuità fosse antico quanto l’impresa?, Bollettino di Dottrina Sociale della Chiesa, IV(4), pp. 118-121.

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